Migrazione sanitaria. Salvatore, un fenomeno in crescita

Migrazione sanitaria. Salvatore, un fenomeno in crescita

Claudio Sacco

- «Il fenomeno migratorio non è solo economico, ma anche e soprattutto sanitario; fenomeno rispetto al quale, a parte i proclami elettorali, nulla in concreto s’è fatto in questi anni. Nonostante il fiume di denaro che la Campania riceve annualmente dalla Stato – oltre 10 miliardi di euro – i pazienti campani migrano, more solito, in altre regioni per ricevere assistenza».

Così Antonio Salvatore, presidente dell’Aisa, Associazione italiana Specialista Ambulatoriale. Salvatore poi chiarisce poi: «La migrazione sanitaria, giova ricordare, sottrae annualmente alle casse regionali ben 300 milioni di euro.

ospedale -internoPer l’anno 2017, infatti, la Campania, a fronte di uno stanziamento di 10,2 miliardi di euro, atto a garantire i livelli essenziali di assistenza, ha ricevuto circa 9,9 miliardi di euro. Negli ultimi 10 anni, quindi, la migrazione dei pazienti campani verso altre regioni, al netto di quella attiva, è costata alla Campania ben 3 miliardi di euro. La migrazione sanitaria arreca, dunque, pregiudizio a molti: in primis ai pazienti, ma anche agli operatori economici del settore, ai livelli occupazionali ed alla stessa tenuta dei conti regionali». Quindi, aggiunge: «Le cause della migrazione sono molteplici e tra queste v’è, con ciclica ricorrenza, l’esaurimento dei budget assegnati alla specialistica ambulatoriale. A causa, infatti, della cronica insufficienza delle risorse allocate dalla Regione alla diagnostica di laboratorio, alla radiologia, alla medicina nucleare, alla radioterapia, alla diabetologia ed a molte altre branche specialistiche, all’esaurimento dei budget, i pazienti migrano in altre regioni, e non solo in quelle confinanti, le quali sono ben liete di accoglierli dal momento che le prestazioni le pagherà comunque la Campania. Al netto della migrazione verso i centri di eccellenza nazionali, quella massiva, per lo più afferente proprio alla specialistica ambulatoriale, dipende, in gran parte, dalla sottostima sistemica dei budget. Non si tratta, dunque, di eliminare i tetti di spesa – pur costituendo questo un punto nodale della campagna elettorale salvo poi essere stato espunto nei fatti – ma rideterminarli in virtù di una sana ed oculata attività di programmazione rispetto al reale fabbisogno assistenziale. Vero è che a problemi complessi non esistono soluzioni semplici, ma è altrettanto vero che, nel caso di specie, non vi è chi non veda come l’adeguamento dei tetti di spesa determinerebbe una immediata riduzione della migrazione a costo zero. La coerenza, tanto auspicata, deve caratterizzare tutte le iniziative, anche e soprattutto quelle regionali. Adottare misure prive di valenza tecnica, quale lo “spezzatino trimestrale” dei tetti di spesa, va proprio nella direzione opposta alla sana programmazione. D’altronde, nonostante volga al termine l’anno 2018, non è stato ancora adottato l’atto di programmazione e, frattanto, alquanto discutibili appaiono le recenti indicazioni fornite dal board regionale ai direttori generali delle ASL della Campania in ordine alla continuità assistenziale. Ebbene, la programmazione sanitaria è ben altra ed alta cosa».

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