Agata la Palermitana, il libro di Augusto Ferraiuolo a Caserta
Claudio Sacco

Come nasce l’idea di questo libro? «Nasce dalla ricchezza straordinaria dell’Archivio dell’Arcidiocesi di Capua, che conserva documenti eccezionali, tra cui molti atti del Sant’Uffizio. Io ho già avuto modo di pubblicare un testo, dal titolo “Pro Exoneratione sua propria Coscientia” per Franco Angeli, agli inizi del 2000. Questo attuale è una sorta di completamento di quel percorso».
L’oggetto è la stregoneria, un tema di grande interesse sia storico che antropologico. Come hai deciso di affrontarlo? «Credo che questo sia un po’ la caratteristica peculiare di questo lavoro. La scelta caldeggiata dall’editore Frammenti è stata quella di fornire diverse prospettive interpretative, per cui accanto ad una lettura antropologica, che a me sta ovviamente a cuore, si sono affiancate le contestualizzazioni archivistiche di De Riso e Ciociola, le analisi linguistiche di A. Del Castello, quelle sociologiche di Barba, accanto alle riflessioni storiche di Cerchia e Verdile, e a quelle filosofiche di Saviani. Inoltre, abbiamo suggerito una vera e propria perizia psicopatologica, curata da E. Del Castello. Il libro poi contiene riflessioni iconografiche a cura di Enzo Toscano».
Chi è Agata la Palermitana, e perché ritieni che sia una figura centrale? «Agata è una strega. O almeno per questo reato viene giudicata e condannata, dopo un lungo processo. In realtà è una metafora della devianza costruita dalla società per contenere istanze trasgressive più o meno profonde. In fondo Agata è un crocevia essa stessa, tra povertà e bisogno di affermazione, tra terapie folkloriche e magia demoniaca, tra insolenza e colpevolezza, tra un ruolo sociale utile ed utilizzato e una devianza costruita e da contenere. In fondo, non riesco a vedere Agata solo come una vittima di un complesso meccanismo di controllo sociale, inginocchiata davanti all’inquisitore. Mi piace pensarla con i capelli scompigliati, che balla nuda sbattendo i piedi per terra con forza, impugnando un coltello e cercando un tesoro che non importa se ci sarà mai. Mi piace pensarla come individuo, che combatte la sua subalternità con forza e passione. Mi piace pensarla fiera di sé stessa. Questa è la mia Agata, la Palermitana».
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