Bullismo e cyberbullismo. Il 7 febbraio è la Giornata Nazionale
Tiziana Barrella – Il bullismo non è mai “solo una bravata”. È un comportamento ripetuto, fatto di prepotenze, umiliazioni e minacce, che colpisce soprattutto i più fragili e lascia conseguenze profonde e talvolta traumatiche.
Il 7 febbraio, Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, è un’occasione per accendere i riflettori su un fenomeno ancora troppo presente nelle scuole, nei gruppi di amici e soprattutto online, dove la violenza può diventare continua e incontrollabile.
Oggi, infatti, la prepotenza non si ferma più al cancello dell’istituto: passa dai social, dai gruppi WhatsApp e dalle chat, e può raggiungere la vittima a ogni ora del giorno e della notte. È qui che nasce il cyberbullismo, una forma di aggressione che spesso colpisce tramite insulti pubblici, foto condivise senza consenso, profili falsi e contenuti offensivi che si diffondono in pochi minuti ed hanno davvero poche possibilità di essere totalmente eliminate. Rimuovere dal web infatti, non sempre è indicativo della totale eliminazione di una foto, un messaggio o un video, che potrebbe essere stato salvato su un altro dispositivo e poi riprodotto in futuro.
Dal punto di vista squisitamente giuridico , in Italia il bullismo non è un reato specifico, ma le azioni dei bulli possono comunque diventare reati veri e propri. Tra i più frequenti ci sono percosse e lesioni personali quando c’è violenza fisica, diffamazione quando si offende la reputazione di qualcuno anche online, minaccia e violenza privata quando si costringe una persona a fare o subire qualcosa, fino allo stalking se le molestie sono ripetute e causano paura o un cambiamento delle abitudini. Nei casi più gravi rientrano anche danneggiamento e revenge porn, cioè la diffusione di immagini intime senza consenso.
Nel cyberbullismo un aspetto centrale è proprio la diffamazione: l’offesa viene spesso pubblicata davanti a tante persone, e i social vengono considerati un mezzo di “pubblicità”, quindi con una gravità maggiore per la potenza di diffusione. Anche messaggi e contenuti condivisi in chat possono avere conseguenze, soprattutto se raggiungono più persone e diventano un attacco organizzato.
Quando i responsabili sono minorenni, la legge distingue per età. Sotto i 14 anni non si è imputabili penalmente, ma possono essere adottate misure di tutela e interventi educativi. Tra i 14 e i 18 anni, invece, il giudice valuta caso per caso la maturità del ragazzo e la sua capacità di intendere e volere. In molti casi, l’obiettivo resta il recupero: esiste la “messa alla prova”, un percorso che può includere attività rieducative, volontariato e lavori socialmente utili. Se va a buon fine, il reato può estinguersi.
Non bisogna dimenticare però che le conseguenze non ricadono solo sui ragazzi. In ambito civile i genitori possono essere chiamati a risarcire i danni causati dai figli minorenni, se non dimostrano di averli educati e vigilati in modo adeguato. Anche la scuola può avere responsabilità se manca il controllo e non interviene in tempo.
La Legge 71/2017 sul cyberbullismo ha introdotto strumenti concreti per fermare il danno subito: tra questi c’è la possibilità di chiedere la rimozione o l’oscuramento dei contenuti offensivi e, nei casi previsti, ( considerando però quanto su detto ) l’ammonimento del Questore per richiamare formalmente il minore e la famiglia prima che la situazione degeneri.
La Giornata del 7 febbraio serve a ricordare che prevenire è possibile, ma solo se si smette di minimizzare. Il bullismo si combatte con l’ascolto e con il coraggio di parlare e si previene con l’informazione e la sensibilizzazione .
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