Capodanno 2026: i riti, la storia e i simboli della buona sorte

Capodanno 2026: i riti, la storia e i simboli della buona sorte

Luigi Fusco – Non sempre i popoli hanno festeggiato il capodanno tra la notte del 31 dicembre e il 1° gennaio, in quanto anticamente il nuovo anno si celebrava ai primi di marzo in concomitanza dei cambiamenti climatici della natura e dell’agricoltura. Fu Giulio Cesare a riformare il calendario anticipando a dicembre la fine dell’anno in modo da poter cominciare il nuovo dal primo di gennaio, mese dedicato a Giano, il dio bifronte, che simbolicamente guardavano al passato e al presente.
Con il passar del tempo tale consuetudine è stata accompagnata da una serie di ritualità che tuttora sono in voga: gesti che segnano il graduale passaggio dalle tenebre alla luce, così come si faceva anticamente nel corso delle cerimonie dedicate al Sol Invictus.
Ad ogni consuetudine sono da sempre associate pietanze caratterizzanti come il cotechino con le lenticchie in umido al fine di avere maggior fortuna e denaro per tutto l’anno che verrà. In questa precipua ritualità enogastronomica vi rientrano anche frutti come l’uva e il melograno che rimandano alla prosperità.
Guai a non indossare qualcosa di rosso, soprattutto per quanto riguarda gli indumenti intimi, in quanto è il colore del coraggio, della passione e del potere.
Infine, non possono mancare i fuochi d’artificio poiché hanno valore apotropaico: allontanano spiriti maligni e demoni malvagi la cui natura è particolarmente sensibile ai rumori.
In poche parole, da tempo immemore c’è tutto un “disciplinare” da rispettare affinché il nuovo anno sia ricco di belle sorprese, così come si spera per l’imminente 2026.

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Luigi Fusco
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Luigi Fusco - Docente di italiano e storia presso gli Istituti Superiori di Secondo Grado, già storico e critico d’arte e guida turistica regione Campania. Giornalista pubblicista e autore di diversi volumi, saggi ed articoli dedicati ai beni culturali, alla storia del territorio campano e alle arti contemporanee. Affascinato dal bello e dal singolare estetico, poiché è dal particolare che si comprende la grandezza di un’opera d’arte.

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