Da Casaluce a Forlì, Celestino V in viaggio per ritrovare Dante
– In viaggio verso Forlì, per essere esposto alla mostra Dante la visione dell’arte, è il maestoso affresco staccato di San Celestino V del Santuario della Madonna di Casaluce. L’opera è stata richiesta dai Musei San Domenico della cittadina forlivese per l’esposizione organizzata in occasione dei 700 anni dalla morte del sommo poeta e sarà visitabile fino all’11 luglio prossimo.
La mostra, promossa dal Comitato Nazionale “Dante2021”, è nata da un’idea di Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, e di Gianfranco Brunelli, direttore delle grandi esposizioni della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, mentre la curatela è stata affidata agli storici dell’arte Antonio Paolucci e Fernando Mazzocca.
Attraverso 300 opere d’arte e varie immagini, la cui datazione va dal Duecento al Novecento, verrà restituita la figura di Dante. Lo scopo dell’evento è di mettere in luce le molteplici traduzioni figurative della potenza visionaria del poeta fiorentino. Alla mostra è stata, inoltre, conferita una valenza internazionale dovuta dalla presenza di manufatti artistici provenienti dalle più importanti raccolte esistenti al mondo.
In questo contesto si colloca l’affresco di Casaluce, sia per il suo soggetto sia perché si tratta di uno straordinario dipinto, attribuito al giottesco Niccolò di Tommaso, che si completa con il resto delle decorazioni presenti all’interno della chiesa, considerate, a ragione, eccezionali esempi di pittura trecentesca presente in Campania.
Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, era un eremita che, nel 1294, nel corso del conclave tenutosi a Perugia, venne eletto papa. Dopo qualche esitazione iniziale accettò la nomina, ma, in seguito, rinunciò alla tiara, a causa delle forti pressioni subite dal cardinale Caetani. Questi, poco dopo, gli successe con il nome di Bonifacio VIII. Finalmente asceso al “Soglio di Pietro”, fece immediatamente rinchiudere Celestino nel castello di Fumone, nel frusinate, dove morì nel 1296.
Secondo alcune ipotesi, Dante pose il povero Pietro da Morrone tra gli ignavi dell’Antinferno, indicandolo come colui “che fece per viltade il gran rifiuto”, accusandolo di aver favorito con la sua rinuncia l’ascesa dell’odiato Bonifacio VIII, tra gli artefici della vittoria dei Neri a Firenze e del suo esilio politico.
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