Giovedì Santo, si va per Sepolcri “strusciando” a ritmo i piedi

Giovedì Santo, si va per Sepolcri “strusciando” a ritmo i piedi

Luigi Fusco

– Con il Giovedì Santo si inaugura il Triduo di Pasqua, periodo comprensivo del Venerdì di Passione, del Sabato santo e della Domenica di Resurrezione. Sono i giorni più intesi perché prendono il via i tradizionali precetti previsti dalla chiesa cristiana, veri e propri rituali carichi di significato e corredati da una serie di elementi iconografici che assumono una forte valenza simbolica. A questi si legano poi consuetudini locali la cui origine va, spesso, ricercata dal punto di vista antropologico.

Il giovedì è il giorno dei Sepolcri o “cappelle della reposizione”. Sono il luogo fisico della chiesa che viene preparato a conclusione della “Missa in Cena Domini” per accogliere le eucarestie consacrate e conservate fino al pomeriggio del Venerdì Santo, quando, alla conclusione della liturgia penitenziale, verranno offerte in comunione ai fedeli.

Tale usanza è molto antica, risale all’epoca carolingia. Sin da subito i Sepolcri vennero realizzati con l’intento di esprimere l’idea della morte e della sepoltura di Cristo.

Tra devozione e curiosità, i fedeli si muovono di sera per le strade della propria città in visita alle chiese addobbate. Secondo la prassi, ogni credente deve recarsi in sette chiese, ma basta visitarne tre per poter chiedere benevolenza al Signore. L’importante è che vengano rispettati i numeri dispari, poiché sono considerati sacri e consentono il raggiungimento della perfezione spirituale all’uomo desideroso di mondarsi dal peccato.

Dal punto di vista scenografico i Sepolcri provocano una certa suggestione, poiché entrando in chiesa lo sguardo si focalizza verso grandi addobbi di fiori bianchi con al centro i semi di grano germogliati al buio che simboleggiano il passaggio dalle tenebre della morte di Gesù. L’olfatto, invece, si inebria attraverso l’odore del vino fatto bollire con l’incenso. Completa il tutto, la sistemazione nei pressi dell’altare del tavolo, simbolo del sacrificio, del pane, dei 12 piatti degli apostoli e del tabernacolo dove è disposta l’Eucarestia.

Non solo di fede sono le manifestazioni religiose, ma anche popolari. Fra queste lo “struscio”, diffuso a Napoli così come nel resto della Campania, che rappresenta il fervore religioso sentito in chiave folclorica. Il termine sta a indicare il rumore derivante dallo strofinio delle scarpe al suolo. “Ha un’origine tutta musicale, perché viene dal fruscio che fanno i piedi mollemente smossi e le gonne seriche delle donne”, scriveva, in merito, Matilde Serao.

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Anche culinarie sono le tradizioni. Difatti, tanto attesa è la “zuppa di cozze”, la cui preparazione prevista per il Giovedì Santo sembra risalga a Ferdinando I di Borbone, che per saziare la sua golosità, manifesta anche in tempo di penitenza pasquale, gli fu consiglio dal domenicano padre Rocco di soddisfarla in maniera più sobria, magari accontentandosi di un semplice piatto di cozze, divenuto oggi una pietanza più che prelibata a cui, spesso, vengono associati ulteriori e pregiati frutti di mare.

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Luigi Fusco - Docente di italiano e storia presso gli Istituti Superiori di Secondo Grado, già storico e critico d’arte e guida turistica regione Campania. Giornalista pubblicista e autore di diversi volumi, saggi ed articoli dedicati ai beni culturali, alla storia del territorio campano e alle arti contemporanee. Affascinato dal bello e dal singolare estetico, poiché è dal particolare che si comprende la grandezza di un’opera d’arte.

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