Lo scrigno riaperto: l’Ottocento napoletano torna a San Martino
Enzo Battarra – L’apertura della nuova sezione permanente della Certosa di San Martino non è stata soltanto una cerimonia istituzionale, ma il momento in cui Napoli ha finalmente riaperto lo scrigno della sua stagione più luminosa, quella di un Ottocento che la vide capitale indiscussa del gusto e della sperimentazione europea. Tra le dodici sale rinnovate del complesso vomerese, il visitatore si trova oggi immerso in un percorso di oltre duecento opere che celebrano un secolo di fervore creativo, dove il protagonismo della città emerge con una forza visiva travolgente. Questo nuovo allestimento, che attinge ai depositi storici per restituire alla pubblica fruizione capolavori a lungo celati, permette di cogliere l’evoluzione di un linguaggio artistico che è partito dalla natura per farsi introspezione psicologica e cronaca sociale.
In questo fluire di immagini e forme, il legame viscerale con il territorio si manifesta immediatamente nelle vedute della Scuola di Posillipo, dove spicca la figura di Giacinto Gigante, capace di elevare il paesaggio a espressione pura dello spirito. Nelle sue tele, come quelle che ritraggono la costa di Sorrento o l’incanto della Certosa stessa vista dalle sue logge, la luce non è mai un elemento statico, ma una vibrazione atmosferica che dissolve i contorni e trasforma la roccia e il mare in poesia cromatica. Gigante non si limita a documentare un luogo; ne cattura il respiro, utilizzando l’acquerello e l’olio per rendere la trasparenza dell’aria napoletana e quel senso di sospensione temporale che ancora oggi affascina chi osserva il golfo. Accanto a lui, i notturni di Salvatore Fergola evocano una Napoli lunare e romantica, dove il mare di Capri brilla di riflessi argentei, ricordando quanto la città fosse allora una tappa imprescindibile per la cultura internazionale.
Dalla solarità del paesaggio si passa poi al realismo pulsante dei volti e dei corpi, trovando in Vincenzo Gemito il suo interprete più tormentato e geniale. La nuova sezione dedica uno spazio fondamentale a questo “scugnizzo” della scultura, la cui abilità nel plasmare la materia appare qui in tutta la sua potenza. Il suo ritratto di Domenico Morelli, con quella barba incolta e lo sguardo penetrante, sembra quasi voler uscire dal bronzo per interloquire con lo spettatore, testimoniando una capacità di introspezione psicologica che pochi altri artisti del tempo possedevano. Nelle opere di Gemito, la perfezione ellenistica appresa nei musei napoletani si fonde con la carnalità dei vicoli, dando vita a figure che trasudano vita, fatica e una dignità quasi sacra.
Il racconto museale prosegue legando indissolubilmente la grande pittura di storia e di genere, rappresentata dalle odalische orientali di Morelli o dalle composizioni di Francesco Hayez, alla ricchezza delle arti decorative e della fotografia d’epoca. Napoli si rivela così una metropoli complessa, dove l’alto e il basso convivono e si alimentano a vicenda, trovando una sintesi perfetta anche nella nuova esposizione dedicata all’arte presepiale. Qui, tra le figure che popolano lo scenario della Natività, si ritrova la stessa attenzione al dettaglio e la stessa passione per il vero che abbiamo ammirato nelle sale precedenti. Il ritorno dell’Ottocento a San Martino è dunque un invito a riscoprire una Napoli che non ha mai smesso di essere centro gravitazionale della cultura artistica, una città che attraverso i suoi maestri ha saputo parlare un linguaggio universale, capace di emozionare oggi con la stessa intensità di un tempo.
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