Movide, resse a supermarket e treni. Chi ha paura di Covid19?
Augusto Ferraiuolo -L’insorgenza del COVID-19 ha scatenato ansie, fobie e vere e proprie psicosi, collegate inevitabilmente al senso di morte che si accompagna ad essa. La difesa verso quella che è a tutti gli effetti una apocalisse sia sul piano individuale che sul piano culturale passa molto spesso attraverso rituali di chiusura verso il mondo, come il pianto, l’esaltazione del dolore e la manifestazione delle sofferenze, che solo parzialmente sono contenuti nella visione della resurrezione cattolica.

In questo quadro si stagliano poi comportamenti oggi particolarmente sotto i riflettori per la loro incongruenza con quello che sta succedendo. Sono atteggiamenti al limite (e anche oltre) dell’irresponsabilità, con aggregazioni di persone nonostante i divieti: le varie movide, assalti ai supermercati o treni, fino a feste e party. Ma la superficialità non basta a fornire un quadro di comprensione di questo fenomeno. In primis, va detto che storicamente parlando il fenomeno non è nuovo, visto che in tempo di peste chi poteva si allontanava dai centri per ritirarsi altrove, dove trascorreva il tempo in feste e banchetti. L’artifizio narrativo del Decameron come risaputo è questo. Non è il solo esempio. Nel 1842, Edgar Allan Poe pubblica un racconto dal titolo La maschera della morte rossa. La storia è incentrata intorno ad una pestilenza per fuggire la quale il principe Prospero si ritira con i suoi molti commensali in un castello dove passa il tempo in modo gioioso. Durante una delle feste – un ballo in maschera – compare una figura mascherata che si rivelerà essere la peste e ucciderà tutti gli astanti. La maestria di Poe non solo riprende la figura narrativa della inevitabilità del destino ma, di fatto, descrive proprio quei rituali per affrontare l’ansia e la tragedia.
Sia le narrazioni proposte che gli avvenimenti di questi giorni vanno inquadrate nella necessità di una difesa maniacale contro la possibile apocalisse, ritualizzata in comportamenti di segni diametralmente opposti. Se il virus è l’apocalisse, attraverso la trasgressione di quei comportamenti ritenuti utili per difenderci dimostrerà come tutto va bene e tutti sono felici. È la ricerca di quello scopo illusorio, come le fiabe in Boccaccio o il ballo in Poe, di ripristinare una situazione ottimale che è andata persa. È la negazione dell’apocalisse, sia individuale che culturale, col suo portato depressivo. È, infine, il negare una realtà minacciosa. Inutile dire che non è questa la strada, che, al contrario, non fa altro che avvicinare sempre di più quell’apocalisse da cui si vuole fuggire.
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