S’accendono i fuochi, è Sant’Antonio a dare inizio al Carnevale
Testo di Augusto Ferraiuolo – Foto di Antonio Pascarella
– “Sant’Antuono, maschere e suono”. Con questo detto veniva segnalato in Terra di Lavoro l’inizio del Carnevale, che ovviamente avrà il suo punto di maggior rilievo nel giovedì e nel martedì grasso (anche se per il calendario ambrosiano e anche in alcuni luoghi in Campania, come ad esempio Montemarano, il Carnevale si conclude la prima domenica di quaresima). È noto che il termine derivi dal latino carnem levare, proprio in quanto dal mercoledì delle ceneri in avanti inizierà il periodo di digiuno che precede la Pasqua. È altrettanto noto che i festeggiamenti per quello che viene chiamiato carnevale erano presenti anche in epoca classica sia in Grecia, con le feste dionisiache, che a Roma, con i Saturnali, la cui caratteristica fondamentale era quella di suggerire un ribaltamento simbolico delle regole del mondo, per poi ribadirle e rinstaurarle con la Quaresima. È quello che verrà chiamata in diverse parti d’Europa la festa dei folli, studiata dal grande semiologo russo Michail Bakhtin. Ma queste caratteristiche verranno analizzate e offerte in prossimi interventi. Qui ed adesso si vuole focalizzare sullo specifico del 17 gennaio e della festa di Sant’Antonio Abate, che in Terra di Lavoro – in particolare a Macerata Campania e Portico di Caserta – ha tratti molto particolari, che consentono di affrontare tematiche rilevanti per chi si interessa di folklore, quali non solo l’analisi dell’evento stesso ma di tutto quello che ne consegue, come ad esempio il percorso di turisticizzazione e reinvenzione che l’accompagna.

Un altro elemento importante è il fuoco. Questo elemento va valutato in due sensi: da un lato, l’uso di accendere falò a scopo purificatorio, dall’altro come simbolo della specifica malattia (herpes zoster, detto anche fuoco di Sant’Antonio) da cui il santo protegge. Al fuoco appartengono simbolicamente anche i fuochi d’artificio che vengono accesi in particolare la domenica successiva. Figurativamente questi fuochi rappresentano elementi iconografici legati a Sant’Antonio: la signora del fuoco (la tentazione femminile), il maiale (che ha a che fare col demoniaco) e l’asino (i cui riferimenti iconografici sono più ambigui e probabilmente legati a leggende agiografiche che comunque lo riconducono al demonio).

La musica è prodotta percuotendo le botti, tini e falci che trovano posto sui carri, insieme a cantori che intonano canti tra il tradizionale e lo specificamente composto. Interessante, in chiave di reinvenzione della tradizione, l’uso dell’amplificazione. Il rumore, si sa, ha lo scopo propiziatorio ed esorcistico contro le forze maligne, in campo sonoro, analogamente al fuoc0 per quando riguarda il visivo.
L’esecuzione della musica sul carro è diretta da un capopattuglia, che la dirige con un fischietto. I ritmi eseguiti, come ricorda Roberto De Simone, sono quello a pastellessa, già ricordato, molto ritmato, quello detto musica dei morti, più lento e posato, e la tarantella. Su questi ritmi, dicevo, vengono eseguiti canti molto spesso composti per la specifica occasione.

In questa direzione, che è di modernizzazione e di contemporaneità, va letta anche la rilettura in chiave world music della musica stessa. Non a caso Enzo Avitabile o gli Avion Travel e via via registi come Lina Wertmuller e Ozpetek utilizzano questa affascinante dimensione sonora.
Non ultima la dimensione comunitaria che questa festa esprime, anche in modo molto accentuato.
Una festa dunque tra il folklorico e il contemporaneo che senza dubbio merita di essere vista. Anzi, merita di essere vissuta.
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