Santo Stefano: tra i miracoli, le leggende e il culto a Capua
Luigi Fusco – Sulla città di Capua insiste la protezione di Santo Stefano sin dai tempi più remoti. Difatti, il suo patronato viene sancito, nel VI secolo, dagli abitanti dell’antico centro, oggi Santa Maria Capua Vetere. Al riguardo, secondo la tradizione locale, poi ripresa da Michele Monaco e da Francesco Granata, fu Germano di Capua, vescovo e santo, che vi condusse le sue prime reliquie, facendole custodire nella basilica a lui dedicata, non più esistente, che sorgeva, con buona probabilità, nell’area in cui tuttora è presente la Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Nello specifico, a Capua Vetere giunsero una costola ed un dente del santo insieme alla mammella di Sant’Agata. Tali reliquie, lo stesso Germano le aveva ricevute in dono dall’imperatore d’Oriente Giustino I per essersi distinto durante lo scisma acaciano, tenutosi a Costantinopoli dal 484 al 519: episodio di rottura avvenuto all’interno della comunità cristiana d’oriente causato da Acacio, al tempo patriarca di Costantinopoli, ispiratore dell’Henotikon, un editto in cui, tra le varie istanze promosse, vi era quella di appianare le due nature di Cristo “vero Dio e vero Uomo”.
Non è nota la data precisa dell’arrivo dei preziosi resti sacri del protomartire nella Capua Antica. Il dato certo è che quando vi arrivarono sicuramente contribuirono a risollevare il morale della locale comunità cristiana, se non proprio di tutta la cittadinanza in parte ancora di religione pagana, le cui condizioni di vita non erano al momento favorevoli, considerato che l’intero centro capuano versava in gravose condizioni socio-economiche determinate in parte dal devastante saccheggio messo in atto, nel 456, dai vandali di Genserico. Furono pertanto queste le condizioni che spinsero gli antichi capuani ad elevare Stefano a loro patrono, facendolo divenire una sorta di nume tutelare che doveva proteggerli da qualsiasi nefasto evento: dalle guerre alle epidemie. Al protomartire venne irrimediabilmente associata la figura di Germano, il cui operato, svolto agli inizi del VI secolo, era stato caratterizzato dalla risolutiva conversione alla religione cristiana dei primi longobardi giunti nel territorio campano. Sia Stefano che Germano di lì a poco divennero un vero e proprio modello di ispirazione identitaria: l’espressione spirituale e tangibile della prima civitas capuana.
Secondo la cultura del tempo, fortemente intrisa da elementi cultuali di derivazione pagana e altresì condizionati da connotati legati alle superstizioni e alle credenze popolari locali, alle reliquie di Santo Stefano vennero attribuiti nell’immediato poteri taumaturgici. In realtà, tale appannaggio gli era stato conferito già al momento del ritrovamento delle sue spoglie, avvenuto, nel 415, in una tomba scavata a Caphargamala, un villaggio distante trenta chilometri da Gerusalemme.
Sin dalla sua prima invenzione, il corpo dette segni di prodigi, tanto da venirgli riconosciuti singolari poteri taumaturgici. In particolare, siccome il martirio di Santo Stefano era avvenuto per lapidazione, violenta pratica che prevedeva l’impiego di pietra di varia forma e dimensioni, che gli comportò la morte dopo la rottura del cranio, molti gli si rivolgevano in cerca di grazia affinché potesse guarirli da forti emicranie. Qualche tempo dopo e a seguito dei numerosi miracoli riconosciutogli, il medesimo santo cominciò ad esser invocato anche per i “mal di pietra”: cioè i calcoli renali. Tra i cronisti più illustri dei suoi portenti fu Agostino d’Ippona che ne documentò le guarigioni nella sua opera La Città di Dio.
Ancora oggi, presso la Cattedrale capuana è possibile ammirare la preziosa reliquia della costola del Santo incastonata nel settecentesco busto reliquiario d’argento realizzato dal maestro argentiere napoletano Nicola de Angelis, capolavoro della scultura devozionale di matrice tardo-barocca realizzata su un probabile disegno del noto pittore Francesco Solimena.
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