Teatro Nuovo. Valentina Picello è Anna Cappelli di Annibale Ruccello
Redazione – C’è un sottile confine che separa il desiderio di una vita dignitosa dall’abisso della follia. Quel confine ha un nome che risuona nella storia del teatro italiano da quarant’anni: Anna Cappelli. Da giovedì 9 aprile (ore 21:00), il palco del Teatro Nuovo di Napoli si trasforma nel perimetro claustrofobico e sentimentale dell’ultimo, folgorante testo scritto da Annibale Ruccello nel 1986.
Ad incarnare la protagonista è Valentina Picello, attrice intensa e poliedrica, guidata dalla regia di Claudio Tolcachir. Insieme, portano in scena un ritratto femminile che sfugge alle etichette, muovendosi in quella “zona grigia” dove la solitudine diventa fame e l’indipendenza si trasforma in una deriva estrema.
Anna è un’impiegata come tante nell’Italia del boom economico o della provincia più statica. Cerca una stanza, un ufficio, un uomo, una casa tutta sua. Ma sotto la vernice dei modi educati e della ricerca di rispettabilità, pulsa un’insoddisfazione che si fa carne. La scrittura di Ruccello, intrisa di un umorismo spiazzante e crudele, accompagna il pubblico in un viaggio senza ritorno: dalla comicità del quotidiano all’orrore del finale, diventato ormai leggendario per la sua forza perturbante.
Il regista argentino Claudio Tolcachir sceglie di non assecondare il realismo didascalico. La scena, curata in collaborazione con Carnezzeria, Teatri di Bari e Teatro di Roma, è un luogo in rovina:
- Frammenti di vita: Mobili e oggetti appaiono come apparizioni dal passato.
- Tempo sospeso: La realtà si fonde con l’immaginazione di Anna, creando un paesaggio emotivo dove il ricordo è deformato e vivo allo stesso tempo.
Nonostante siano passati decenni dalla sua stesura, il testo di Ruccello rimane di una attualità feroce. In un’epoca di precarietà esistenziale, il dramma di Anna parla a chiunque abbia mai temuto di perdere il proprio posto nel mondo. La performance della Picello non cerca di giustificare il personaggio, ma ne espone la vulnerabilità, rendendo il pubblico complice di un sorriso che, inevitabilmente, si gela sulle labbra.
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