Una Natività tardo imperiale conservata presso il Museo archeologico di Teano
Luigi Fusco – Nel giorno di Natale, come da tradizione, nelle chiese cristiane, così come nelle case dei fedeli cristiani, si materializza all’interno dell’allestimento presepiale la Natività: il nucleo essenziale da cui trae origine Gesù e tutto ciò che ha a che fare con la sua religione.
La Natività stessa rappresenta un piccolo nido familiare da cui emergono calore e luce in un tempo, quale
quello del Solstizio d’Inverno, pervaso dal buio e dal freddo. La sua apparizione svela, difatti, l’avvio di una nuova stagione, fatta di speranza verso un’umanità nuova, più amorevole ed in pace con sé stessa.
È questo un messaggio antichissimo, che inizia a diffondersi già agli inizi del IV secolo d.C. in
contemporanea con l’affermazione del cristianesimo in tutto l’impero romano. Al riguardo, sono numerose le testimonianze pervenute da questo e remotissimo passato. Sono esse fonti scritte, pitture, rilievi e mosaici. In particolare, riferibile proprio a quest’ultima tipologia è la cosiddetta Epifania del Museo
Archeologico dell’antica Teanum Sidicinum di Teano. È una composizione a mosaico, realizzata su di un
supporto marmoreo rinvenuto, agli inizi del Novecento, in una località poco distante dall’attuale centro di
Teano.
Il manufatto, datato all’anno 375, era parte integrante di una tomba commissionata da Quinto Felice
Geminio per sua moglie Felicita. Sul piano strettamente figurativo si rileva una ricca e vivace cornice
policroma contenente due scene: da una parte vi sono i santi apostoli Pietro e Paolo, vestiti come antichi
senatori romani, dall’altra vi sono la Vergine in trono con in grembo il Bambino ed i Re Magi abbigliati con
tuniche corte gemmate, manti svolazzanti, anassiridi alle gambe e con in testa berretti frigi, mentre
porgono al Bambino vassoi contenenti oro, incenso e mirra. Le due raffigurazioni sono inoltre separate da
un Chrismon inserito in una corona d’alloro posto al centro della composizione.
Il mosaico di Teano resta, al momento, la testimonianza più antica del presepe, se non propriamente della
scena della Natività per quanto priva di San Giuseppe, e oltre ad essere un’importante reperto archeologico
funge anche da preziosa fonte documentaria che attesta la precoce fortuna della religione cristiana in
territorio casertano in un’epoca, quale la tardo imperiale, ancora pervasa da fondamenti religiosi di chiara
ascendenza pagana.
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