Una parola al mese. “Vaw” ovvero Violence Against Women

Una parola al mese. “Vaw” ovvero Violence Against Women

Candida Basile Baldassarre -Il termine “violenza di genere” riflette le dinamiche complesse e le disuguaglianze di potere presenti nella società. Nello specifico, con tale espressione, ci si riferisce a tutte quelle forme di violenza che si verificano a causa delle rigide aspettative sui comportamenti maschili e femminili all’interno di un contesto socioculturale.
L’acronimo VAW, costituente l’abbreviazione di “Violence Against Women”, rappresenta solo una tipologia di “Gender-based violence”: è, infatti, importante sottolineare che anche uomini e ragazzi possono essere vittime di violenza di genere (Bloom, 2008). La dicitura VAW è ampiamente adottata in ambito scientifico: ne sono un esempio manuali come Handbook of Research on Women’s Issues and Rights in the Developing World (Mahtab et al., 2017).


Inoltre, la stessa è utilizzata da numerose organizzazioni attive a livello globale, che operano soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove il problema della violenza digenere è particolarmente urgente e diffuso. Ne è un esempio il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) dell’ONU che si batte contro la violazione dei diritti umani e ogni grave violazione del diritto internazionale umanitario. Nel manuale
pubblicato da UNFPA, A Guide to Better Understanding and Using Violence Against Women Prevalence Data (2023), viene riportato quanto segue : “Violence against women (VAW) is defined by the United Nations as ‘any act of gender-based violence that results in, or is likely to result in, physical, sexual or psychological harm or suffering to women, including threats of such acts, coercion or arbitrary deprivation of liberty, whether occurring in public or private life’”. L’adozione di questo concetto più ampio e inclusivo riflette un cambiamento culturale significativo, evidenziando la necessità di affrontare le radici strutturali della violenza di genere e di lavorare verso una società più equa e rispettosa dei diritti di tutte le persone.
L’utilizzo del termine VAW in lingua italiana assume, dunque, un ruolo cruciale nel promuovere la consapevolezza nei confronti di un fenomeno sociale sempre più allarmante, radicato – secondo molti – nel virus della cultura patriarcale che ancora ci affligge. Le aziende del trasporto pubblico campano hanno attuato una campagna di sensibilizzazione emettendo titoli di viaggio che promuovono il numero antiviolenza e stalking, 1522. I media, inclusi film, serie TV e programmi televisivi possono sollevare
consapevolezza sul tema della violenza contro le donne, ma è importante che tali rappresentazioni non contribuiscano alla diffusione di stereotipi dannosi. In passato, era soprattutto attraverso la letteratura che si tentava di soffocare la libertà femminile o di dare voce alle esperienze e alle sfide delle donne, contribuendo a una più profonda comprensione della loro condizione sociale. Un esempio calzante è dato dall’accostamento ossimorico delle protagoniste dei romanzi Pamela, o la virtù premiata (1740) di Samuel Richardson e Shamela (1741) di Henry Fielding, che costituisce una satirica riscrittura del primo. Opere simili hanno consentito la promozione di immagini femminili contrapposte eppure complementari, la Cenerentola virtuosa e l’imprudente sgualdrinella. Successivamente, altri autori e autrici, come Virginia Woolf, hanno smentito lo stereotipo di genere che vede la donna relegata all’interno degli angusti
confini domestici o condannata alla dannazione eterna a causa della sua condotta viziosa e dissoluta. Opere come Una stanza tutta per sé (1929) costituiscono un vero e proprio manifesto di emancipazione femminile, che si propone di guidare le donne nella rivendicazione di uno spazio mentale e fisico che permetta loro di coltivare liberamente le proprie idee e passoni.
Se si considerano, invece, i diversi ritratti della figura femminile nell’immaginario italiano, il riferimento alla cultura partenopea merita particolare attenzione: il nome “Partenope” deriva proprio dalla mitologica sirena designata quale dea protettrice della città. Le donne napoletane sono spesso considerate come portatrici di un’incredibile vitalità e capacità di adattamento, riflettendo la resilienza e la determinazione della dea Partenope. Tale forza intrinseca è stata celebrata in numerose produzioni artistiche, tra cui spicca la poesia ‘E femmene, composta e recitata dall’attore napoletano Vincenzo Salemme nel film Ho visto le stelle (2003): “‘E femmene so’ comme ‘e stell […] si l’affierre ‘e ffai stutà, lass’e stà, lass’e
vulà, po’ te cuoci, te fai male e cu chi ta vuò piglià?”. Questi versi invitano a non sciupare la straordinaria energia delle donne con il desiderio di possederle o controllarle, bensì a sottolineare l’importanza di proteggerne libertà e autonomia. Il tema della violenza di genere – che non si limita al sopruso fisico e sessuale, bensì a ogni forma di vessazione e umiliazione inflitte alla vittima – è stato ampiamente affrontato da diversi punti di vista. Nonostante i progressi compiuti, i costanti femminicidi sono tristi testimonianze di quanto resta ancora da fare: combattere la violenza contro le donne richiede un impegno collettivo e trasversale. È necessario implementare politiche adeguate ed educare al rispetto e all’empatia sin dalla più tenera età; persino riflettere sulle parole utilizzate per descrivere simili atti di violenza e chi li compie può aiutare a sviluppare una diversa consapevolezza, utile a contrastare efficacemente il problema. Prendere le distanze dagli esecutori di eventi tanto atroci non costituisce una reale soluzione e potrebbe, anzi, rivelarsi profondamente controproducente: per combattere le ingiustizie e le brutalità che affliggono la nostra società è necessario individuarne e conoscerne le cause e gli inneschi. La lotta contro il femminicidio e la violenza di genere richiede non solo una risposta giudiziaria, ma anche un’esplorazione più ampia delle radici culturali, sociali e psicologiche di tali comportamenti.

*Dottorato in Studi linguistici, terminologici e interculturali – Università degli Studi di
Napoli “Parthenope”

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Maria Giovanna Petrillo
Maria Giovanna Petrillo 72 posts

Magi Petrillo alias Maria Giovanna Petrillo è professore Associato in Letteratura Francese e giornalista pubblicista. Incardinata presso il Dipartimento di Studi Economici e Giuridici dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”. Insegna “Abilità Linguistiche in Lingua Francese” e “Civiltà Francofone. Dal 2021 coordina il Collegio Docenti del Dottorato di ricerca in Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche. Formatrice CLIL/EMILE. I suoi campi di ricerca riguardano la letteratura francese e francofona dal XIX secolo all’estremo contemporaneo; alcuni lavori indagano la polarità tra giornalismo, cinema e letteratura.

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