Peter Fonda e Felice Gimondi, quando il mito corre su due ruote

Peter Fonda e Felice Gimondi, quando il mito corre su due ruote

Enzo Battarra

- Il destino ha voluto che il loro fine vita si incrociasse nello stesso giorno. L’uno ha concluso i suoi giorni a Giardini Naxos, l’altro a Los Angeles. L’uno campione di ciclismo, l’altro attore. L’uno classe 1942, l’altro ’40. L’uno italiano, l’altro statunitense. Entrambi ritratti su due ruote. L’uno Felice Gimondi, l’altro Peter Fonda. Forse non si sono mai incontrati, forse si incontreranno altrove. Ma c’è qualcosa che straordinariamente li ha accomunati. L’idea del viaggio, della fuga, che è poi sinonimo di libertà, di vita vissuta.

Era il 1969, l’anno dopo il mitico Sessantotto, quando nel mondo Peter Fonda faceva esplodere il fenomeno Easy Rider. A quell’epoca Felice Gimondi aveva già vinto il Giro d’Italia, il Tour de France e la Vuelta a España. Erano entrambi fenomeni di massa, penetranti, capaci a Caserta come in tutta Europa,  ma anche negli Usa, di diffondersi nei bar dello sport ma anche nelle disadorne stanze in cui cresceva il movimento studentesco. All’epoca non c’erano post da condividere, si era social senza tecnologia. Eppure erano gli anni in cui i primi esemplari della Generazione X si allevavano a pane e rivoluzione, a beat e pop. E il Peter Fonda di “Easy Rider”, con i suoi compagni di strada Dennis Hopper e Jack Nicholson, era il mito contraddittorio di un’Amerika capace di trasformare in strumenti del capitalismo anche i simboli della ribellione. Anni dopo sarebbe venuto un professore casertano di Letteratura anglo-americana, Tommaso Pisanti, a spiegare che in fondo “On the road” di Jack Kerouac non faceva altro che proseguire la metafora del viaggio di Achab nel “Moby Dick” di Herman Melville. E poi c’era Felice Gimondi, galantuomo, sportivo leale, antagonista storico di Eddy Merckx, probabilmente non un rivoluzionario, ma certo capace di interpretare al meglio la voglia di fuga, di riscatto, di traguardi raggiunti in solitaria. E poi italiano. E lo spirito nazionale non è mai mancato, nemmeno ai baby rivoluzionari.

In fondo, Felice Gimondi faceva il suo dovere di ciclista, e il suo dovere era vincere. E Peter Fonda faceva l’attore, e il suo dovere era interpretare buoni film. Ma tutto si può fare con un proprio stile. Con lo scorrere della storia tutto appare più chiaro, anche “normale”, come le vittorie di Felice Gimondi o i buoni film di Peter Fonda. Ma non è così. Il loro passaggio su due ruote l’ha cambiata la storia, generando entusiasmi e passioni, ma anche dissensi e antagonismi. Se ne vanno due campi0ni della vita, due giganti che nella fantasia popolare resteranno perennemente in viaggio.

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