Nomofobia, quel telefonino che è la nuova “droga digitale”

Nomofobia, quel telefonino che è la nuova “droga digitale”

Camilla Nappi*

-Con l’avvento della rivoluzione digitale, il telefono ha cominciato ad insinuarsi gradualmente e in maniera predominante nelle nostre vite, al punto da divenire uno strumento quasi indispensabile che tutti possiedono. Se infatti qualche anno fa lo smartphone era deputato essenzialmente ad una funzione comunicativa, offrendo la sola possibilità di effettuare e ricevere telefonate e/o sms, esso ha acquisito nel corso del tempo, soprattutto grazie al progresso tecnologico e all’arrivo di Internet, una vasta gamma di funzionalità che l’hanno reso una risorsa di importanza capitale per gestire la nostra quotidianità ed abbattere le barriere sociali e/o culturali, perlopiù determinate dalla distanza. Indubbiamente, quindi, tale strumento ha apportato enormi benefici in numerosi ambiti, favorendo una comunicazione più rapida ed efficiente, un maggiore accesso all’informazione e soprattutto facilitando le operazioni giornaliere mediante l’uso di applicazioni e servizi digitali atti a soddisfare qualunque bisogno.  

Tuttavia, diversi studi hanno dimostrato in che misura l’uso prolungato e smodato del cellulare possa produrre in determinati soggetti una vera e propria dipendenza patologica e dare vita, pertanto, ad una sindrome denominata nomofobia. Il termine è un adattamento dall’inglese nomophobia, una parola macedonia, ossia un composto aplologico formato mediante la fusione di parole, in questo caso quelle presenti nell’espressione “no mobile-phone phobia”, e designa la sensazione angosciante e di panico generata dall’impossibilità di utilizzare il telefono o di non essere rintracciabili (Treccani, 2008; Neomesia Mental Health, 2019). La prima attestazione del neologismo risale a febbraio 2008 in Regno Unito, in seguito alla diffusione di un’indagine condotta dall’ente di ricerca britannico YouGov per conto di Post Office Telecom, finalizzata ad approfondire la correlazione tra l’incremento dei disturbi dello spettro ansioso e l’uso eccessivo dei telefonini. In tal senso, lo studio ha rivelato che circa il 53% degli utenti di telefonia mobile in Gran Bretagna tende a manifestare uno stato ansioso in situazioni di batteria scarica, mancato credito, in assenza di smartphone o di copertura di rete. La ricerca ha inoltre evidenziato che il fenomeno colpisce con maggiore incidenza gli uomini (58%) rispetto alle donne (42%) e che la fascia di età maggiormente coinvolta è quella compresa fra i 18-29 anni. 

La nomofobia, inevitabilmente, costituisce un concetto molto controverso nella comunità scientifica, nella misura in cui essa presenta una sintomatologia e delle caratteristiche comportamentali assimilabili al contempo ai disturbi d’ansia e alle dipendenze patologiche (New Medical Life Science, 2020). Avvisaglie della sindrome possono essere, per l’appunto, ansia, alterazioni della funzionalità respiratoria, sudorazione profusa, agitazione, disorientamento, tachicardia e tremore. Per quanto concerne invece la condotta, ritroviamo l’emergere di stati emotivi preoccupanti, come ansia e/o un nervosismo generale al solo pensiero di perdere il proprio dispositivo, nel monitorarne costantemente lo schermo al fine di controllare la ricezione di sms, telefonate – questa denominata anche ringxiety, parola macedonia che indica una forma d’ansia (anxiety) che si manifesta nel percepire uno squillo (ring) o segnali di notifica inesistenti – o verificarne il livello di batteria/credito, avere l’esigenza di preservare le prestazioni del dispositivo nell’arco totale delle h24 e, addirittura, manifestare il bisogno di sentirlo fisicamente vicino, anche a letto.  

La maggior parte degli esperti sembra protendere verso l’idea che sia opportuno inserire la nomofobia nella categoria delle dipendenze patologiche e, nella fattispecie, nelle cosiddette nuove dipendenze dette anche “dipendenze senza sostanza”, tra le quali figurano il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo, le new technologies addiction (dipendenza da TV, internet, social network, videogiochi…), la dipendenza dal lavoro (workaholism), da sesso (sex-addiction) e dalle relazioni affettive, nonché alcune devianze del comportamento alimentare come l’ortoressia o dell’allenamento sportivo come la sindrome da overtraining. Una tale inclusione si giustificherebbe sulla base di evidenze empiriche che hanno appurato l’inefficacia dell’approccio terapeutico utilizzato per la cura dei disturbi d’ansia nel trattamento della nomofobia. Un’ulteriore ipotesi è quella del professore di psichiatria dell’Università del Connecticut David Greenfield, secondo cui l’uso compulsivo del telefono può provocare un eccesso nella produzione di dopamina (il neurotrasmettitore del piacere e della ricompensa), analogamente a quanto accade con altre dipendenze come quella da sostanze stupefacenti: l’arrivo di una notifica sul telefono è in grado di suscitare in noi una sensazione di godimento derivante dall’idea che qualcosa di interessante e di nuovo stia per sopraggiungere. La spasmodica ricerca di un simile appagamento può generare, allora, la stessa assuefazione che comporta ad esempio l’abuso di droghe, alcol e fumo ecc. 

Nonostante la sua rilevanza clinica, la nomofobia non è stata ancora ufficialmente riconosciuta come una condizione psichiatrica. In A proposal for including nomophobia in the new DSM-V, due ricercatori genovesi, Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente, hanno proposto di introdurre la nomofobia all’interno del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Tuttavia, trattandosi di una condizione di recente sviluppo che necessita di ulteriori studi e in assenza di una diagnosi ufficiale, essa non può essere ancora inserita all’interno del manuale summenzionato. Ciononostante, la comunità scientifica è concorde nel sottolineare la rilevanza e la prevalenza clinica di questo disturbo, vista la sua ampia diffusione, soprattutto fra le nuove generazioni.

In un mondo proteso verso una tecnologia sempre più crescente, diventa indubbiamente difficile istruirsi ad un rapporto equilibrato e, esponenzialmente, ad interfacciarsi correttamente con il telefono e gli altri dispositivi. D’altronde, potremmo considerarci un po’ tutti nomofobici in senso lato, se ammettessimo che almeno una volta nella vita ci è capitato di provare ansia o nervosismo di fronte all’impossibilità di utilizzare il telefono. Bisogna tener a mente, infatti, che non tutte le caratteristiche comportamentali attribuite alla nomofobia conducono necessariamente all’insorgenza di un disturbo clinico conclamato. Quest’ultimo si raggiunge solo nel caso in cui si cominci a mostrare difficoltà nell’ interagire con le persone reali, quando si trascorre più tempo sui social media, sui giochi e sugli smartphone e a prediligere queste tendenze, progressivamente, alle attività pratiche. In tal modo, si determinano conseguenze negative sulla propria qualità della vita e su quella delle persone intorno a noi, con conseguenti difficoltà relazionali importanti nella vita reale. 

Per impedire che ciò avvenga, diventa fondamentale creare un’educazione all’utilizzo consapevole e funzionale della tecnologia, in quanto, come ci dice Di Gregorio (Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino, Franco Angeli. Milano, 2003), se usati con parsimonia e in modo appropriato, i nostri devices assolvono ad importanti funzioni psicologiche: regolano la distanza nella comunicazione e nelle relazioni e diventano, all’occorrenza, una sorta di antidepressivo multimediale, capace di consentire una proficua e terapeutica gestione e risoluzione della solitudine e, comprensibilmente, dell’isolamento.

*Dottorato in Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche – Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

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Maria Giovanna Petrillo
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Magi Petrillo alias Maria Giovanna Petrillo è professore Associato in Letteratura Francese e giornalista pubblicista. Incardinata presso il Dipartimento di Studi Economici e Giuridici dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”. Insegna “Abilità Linguistiche in Lingua Francese” e “Civiltà Francofone. Dal 2021 coordina il Collegio Docenti del Dottorato di ricerca in Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche. Formatrice CLIL/EMILE. I suoi campi di ricerca riguardano la letteratura francese e francofona dal XIX secolo all’estremo contemporaneo; alcuni lavori indagano la polarità tra giornalismo, cinema e letteratura.

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