La vera casa di Vanvitelli, la petizione è vicina alle 500 firme

La vera casa di Vanvitelli, la petizione è vicina alle 500 firme

Maria Beatrice Crisci

lapide casa vanvitelli - 1879- È ormai vicina alle 500 firme la petizione «Verità per Vanvitelli. Cancelliamo una bugia grossa come una casa» lanciata su facebook da Ferdinando Astarita, cultore della storia di Caserta. Nella petizione diretta al Comune e alla sovrintendenza Ferdinando Astarita scrive: «Tutto cominciò con una lapide. Nel primo centenario della morte dell’architetto Luigi Vanvitelli, avvenuta il primo marzo 1773, la città di Caserta decise di dedicargli un monumento per averla arricchita della meravigliosa Reggia. L’opera, una grande statua dell’architetto Palazzo a 4 colonnereale posta nella ex piazza del mercato, subì vari intralci burocratici, così che poté essere inaugurata solo il 2 ottobre 1879. E, per l’occasione, furono organizzati solenni festeggiamenti con bande musicali e varie manifestazioni collaterali. Inoltre si decise di apporre una lapide commemorativa sulla casa dove era vissuto e morto Vanvitelli. Ma, probabilmente poiché la vera casa era alquanto defilata, modesta e in condizioni di grave degrado, si preferì apporre la lapide commemorativa sulla facciata di un altro palazzo che, meglio posizionato e con quattro belle colonne sulla facciata, come immagine era certo di tutt’altro livello, oltre a essere in ottime condizioni perché costruito più di recente». Intervistato dal quotidiano Il Mattino, qualche giorno fa, Astarita aveva ricordato una verità ancora più sconcertante. Il palazzo delle quattro colonne si trova all’inizio dell’attuale corso Trieste e, all’epoca di Vanvitelli, quel tratto di strada non esisteva ancora. «Il palazzo dove visse e morì Vanvitelli – scrive infatti nella petizione Astarita – si trova nello slargo Sant’Elena, proprio dove incrociano le attuali via Ferrante e via Mazzocchi, ed è assolutamente adiacente all’antica chiesa di Sant’Elena. Ciò è confermato anche da documenti che attestano come Vanvitelli avesse ottenuto dalla Curia di Roma, per il suo appartamento al primo piano, l’autorizzazione ad aprire un varco, di cui tuttora restano tracce, nella parete confinante con il coretto della chiesa, così da poter seguire le funzioni religiose senza sottoporsi allo strapazzo e al dolore che i suoi malanni gli procuravano anche per piccoli spostamenti».

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